Retail Innovation: 7 imperativi per ripensare il settore e vincere la sfida della trasformazione digitale

L’inaudito periodo che ci stiamo lasciando alle spalle, ha innescato una straordinaria accelerazione di dinamiche che erano già in atto, e tra queste la trasformazione digitale è tra le più dirompenti e pervasive.

Uno dei settori che maggiormente si trova di fronte alla sfida di ripensare se stesso allo scopo di intercettare i nuovi contesti e le tendenze ingenerate dall’innovazione tecnologica è quello del retail.

McKinsey & Company, importante società di consulenza internazionale, nella sua recente ricerca intitolata ‘Retail Speaks’, identifica sette imperativi che il settore retail dovrebbe seguire per vincere la sfida che ha di fronte.

Il primo di questi imperativi è l’omnicanalità: la crescita del commercio elettronico—si stima negli USA una penetrazione in salita del 25-40% nel periodo post-COVID—nonché la domanda dei clienti di un’esperienza multicanale, sono infatti qui per restare.

“Poiché i consumatori continuano ad abbracciare i canali online”, spiega McKinsey nel rapporto, “i rivenditori devono comprendere i fattori alla base di questo cambiamento nel comportamento di acquisto, le diverse aspettative che lo accompagnano e l’impatto sull’ecosistema omnicanale”.

Il secondo imperativo indicato da McKinsey è la personalizzazione dell’esperienza di acquisto, un processo che deve avere alla base la formazione del personale in modo che sia in grado di padroneggiare con i nuovi strumenti che interagiscono con i clienti. Inoltre, indicano gli analisti della società di consulenza americana, occorre integrare le attività multicanale con i sistemi in-store spesso isolati e con il marketing: “I retailer devono lavorare per cambiare il comportamento dei clienti integrando la personalizzazione nell’esperienza in negozio e incoraggiando i clienti ad ‘aderire’ scaricando e interagendo con un’app, o con un touchscreen, condividendo informazioni”.

Terzo imperativo è rappresentato dall’ottimizzazione del delivery. La velocità delle consegne è diventata un fattore fondamentale nella scelta di acquisto: nel report si evidenzia come il 75% dei leader nella vendita al dettaglio consideri la consegna in due giorni come una priorità e che più del 40% di essi intenda offrire la consegna in giornata entro il 2022.

Il quarto imperativo indicato nel rapporto ‘Retail Speaks’ è la sostenibilità: i consumatori sono ormai sensibili al tema dell’ambiente e la percentuale di essi che abbandona o perde fiducia in un brand perché quest’ultimo antepone i profitti ai temi sociali è in costante crescita: “La gente non compra solo da un brand, ma cerca anche nel marchio la difesa dei suoi valori”, ha sostenuto Javier Quiñone, presidente e CSO di IKEA US.

Il quinto imperativo per gli operatori del settore retail è quello di investire nella forza lavoro, re-immaginando le loro strategie riguardanti l’impiego dei talenti, identificando le risorse migliori per mettere in atto le strategie di omnicanalità, rivedendo organizzazione e modalità di lavoro e realizzando una cultura di diversità e inclusione nelle risorse umane.

Sesto imperativo è costruire un ecosistema ‘friendly’ in cui operare e le cui componenti principali sono identificate da McKinsey negli aggregatori di informazioni, nel commercio elettronico, nei marketplace, nelle applicazioni e nei service provider. Esempio rappresentativo di costruzione di un ecosistema vincente indicato nel rapporto è quello di Amazon, che da venditore di libri, in pochi anni ha saputo diversificare il suo business creando nuovi prodotti ed espandendosi come ecosistema.

Settimo imperativo per il settore retail, secondo Mckinsey è quello di aumentare la produttività grazie a sistemi di analisi e automazione, da applicarsi in particolare nei negozi e nelle catene di approvvigionamento.

“Pochi retailer potranno affrontare tutti questi imperativi nello stesso tempo, pertanto il primo passo sarà quello di impostare le priorità“, concludono gli analisti di McKinsey. “La chiave per ottenere un giusto equilibrio è mantenere una proposta di valore, poiché questa è la pietra angolare della capacità del marchio di sopravvivere”.

Gruppo Four Sviluppo, società di consulenza che nasce per offrire servizi ad alto valore aggiunto associando professionisti del settore immobiliare commerciale, collabora da anni con alcuni tra i più importanti player del Retail, conducendo un’attenta analisi dello scenario del mercato immobiliare commerciale e della sua evoluzione, unita a una corretta stima del potenziale economico e a una profonda conoscenza del prodotto.

Gruppo Four Sviluppo ha riconsiderato molti aspetti delle strategie immobiliari da adottare per poter offrire servizi idonei su come ottimizzare il business dell’immobiliare nel prossimo futuro con un occhio di riguardo per gli immobili corporate e retail”. In particolare:

  • Rimodulazione degli attuali spazi di vendita per poter ottimizzare il valore della locazione in rapporto al fatturato previsto nel breve medio periodo;
  • Assistenza tecnico-progettuale per effettuare i frazionamenti dei punti vendita utilizzati;
  • Ricerca di nuove location con dimensioni adatte ai nuovi flussi basandoci sulle nuove normative relative ai distanziamenti di sicurezza che verranno richiesti.
  • Assistenza per ricontrattualizzare gli attuali contratti di locazione in essere e adattare i canoni a nuovi parametri economici anche per periodi limitati nel tempo;
  • Ricerca di partners per la condivisione di spazi commerciali in caso di rimodulazione degli stessi.
  • Ricerca di investitori per la vendita a reddito di parte o dell’intero asset immobiliare in proprietà;
  • Valutazioni degli attuali canoni di locazione rapportandoli alle attuali condizioni di mercato;
  • Consulenza per la fattibilità di affidamenti di reparto e relativa contrattualistica;
  • Ricerca di piattaforme per la logistica, in locazione e in acquisto, per la gestione di vendite in e-commerce;
  • Collaborazione per lo sviluppo dei punti vendita su tutto il territorio nazionale  per il periodo 2020/2022
  • Conference call via Teams per incontrarci su appuntamento in sicurezza e velocità.
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Il concetto di prossimità si evolve rapidamente e la GDO si adatta ai tempi: modifica di superficie e ubicazione, maggiore appeal e mix di tradizione e discount

I supermercati di superfici comprese tra i 400 e i 1.000 mq, che fino a pochi anni fa erano considerati store e superstore medio-grandi con logiche completamente differenti rispetto al superette sotto casa, oggi, oltre a essere annoverati a pieno titolo nella categoria degli esercizi di prossimità sono anche diventati—nell’ottica di pianificazione dell’apertura di nuovi punti vendita da parte della GDO moderna—spazi commerciali di piccole dimensioni.

A fare da volano a questa tendenza di aumento della metratura dei supermercati di prossimità è stato il progressivo successo dei Discount (Aldi, Eurospin, Lidl ed MD i principali), che posizionandosi nelle immediate periferie delle città hanno costantemente eroso quote di mercato alla GDO tradizionale, proponendo punti vendita con superfici che in media si aggirano tra i 1.300 e i 1.500 mq.

Di conseguenza, oggi, quando si parla di supermercati di vicinato si arriva a comprendere in questa categoria anche punti vendita con superfici comprese tra i 1000 e i 2.500 mq, fascia di esercizi commerciali che rappresenta il 32% dell’intero fatturato del mercato composto da LS + super + superstore + iper + discount.

“Occorre sottolineare che stiamo uscendo da un periodo pandemico”, osserva Federico Cimini, manager e consulente nel mondo GDO, nel corso di una recente puntata del podcast ‘Il supermercato delle idee’ realizzato dalla rivista GDO News. “Le persone in questo periodo, a causa del lockdown hanno dovuto obbligatoriamente recarsi  nel supermercati sotto casa e ciò si è tradotto in maggiore frequenza di visita e scontrini medi più alti rispetto al passato. La GDO di prossimità e di ultraprossimità ha saputo cogliere questo cambiamento, attrezzandosi molto bene e riuscendo a rispondere in maniera importante integrando gli assortimenti, ma mantenendo comunque la capacità di attrazione promozionale”.

Con la massiccia adozione del remote working e la conseguente tendenza allo spostamento delle persone dalle città alla fascia esterna,  anche però il territorio poco al di fuori del tessuto urbano che comprende i punti vendita di più grandi dimensioni, i cosiddetti ipermercati, sta entrando rapidamente nella logica di una ‘nuova’ prossimità.

“La bravura di chi fa sviluppo nella GDO”, spiega ancora Cimini, “è adesso paradossalmente quella di trovare delle ubicazioni che non siano troppo all’interno delle città, diciamo in una prima circonvallazione, altrimenti si rischia di essere svantaggiati. Dunque chi ha le grandi strutture che sono onerose, costose e ovviamente richiedono fatturati importanti, si sta rimodulando su piastre più piccole”.

Quello che era fino a ieri il territorio degli ipermercati, potrebbe dunque molto presto diventare anche quello dei superstore con un volume di fatturato per questi ultimi, che se era già in precedenza in ascesa, si incrementerebbe ulteriormente.

“Gli ipermercati, essendo molto grandi risultano molto dispersivi”, sottolinea Cimini. “Inoltre ampiezza dell’offerta e profondità di sconto si trovano ormai tranquillamente anche nei supermercati.  Per cui gli ipermercati che possono farlo stanno riducendo la loro grandezza, diminuendo soprattutto gli spazi non-food, e creando a lato delle superfici separate con proposta di prodotti specializzati, oppure cedendo in partnership questi stessi spazi a soggetti terzi, recuperando così efficacia e rientrando in parte dei costi di locazione”.

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Effetto Covid, il cuore dello shopping batte in Provincia e la sua anima è digitale

Le conseguenze delle misure di restrizione messe in atto per contenere i contagi di Covid-19 hanno inevitabilmente cambiato le abitudini degli italiani e anche i luoghi preferiti per lo shopping non sono più i medesimi. Smart working e limitazioni negli spostamenti, stanno infatti portando i consumatori a prediligere per le loro spese i luoghi più vicini e questo si traduce in un maggiore afflusso di persone nei negozi e nei centri commerciali ubicati in Provincia, con un conseguente calo di pubblico nei grandi centri urbani.

Le città più popolose, soprattutto quelle d’arte, subiscono poi anche il drastico calo di turisti. Secondo i dati pubblicati da Planet Retail, che ha analizzato il periodo tra gennaio e settembre 2020, si è registrato un calo dei consumatori extra Ue del 79% a Milano, dell’81% a Roma e dell’82% a Venezia e Firenze.

“Ci sono metropoli come Milano che vivono in larga parte di importanti flussi turistici e di pendolari”, spiega Erika Andreetta, partner e consumer markets consulting leader di PwC Italia. “Con le restrizioni agli spostamenti imposte dalla pandemia tali flussi sono venuti meno, per questo i più grandi centri urbani hanno registrato cali nelle vendite più marcati rispetto alle città di provincia”.

Stando ai dati contenuti nell’ultima edizione del Global consumer insight survey condotto da PwC, la vicinanza del punto vendita è diventato uno dei fattori principali che gli italiani considerano per la scelta del luogo di acquisto che, sempre secondo i dati elaborati dagli analisti della società di consulenza internazionale, rimane in gran parte quello fisico anche tra i più giovani. La visita al punto retail è però innanzi tutto spesso mirata e in secondo luogo avviene a completamento di un percorso di acquisto iniziato online. Per questo è dunque ancor più fondamentale una corretta integrazione tra il digitale e l’offline.

“Lo scenario più probabile non è quello della sostituzione del negozio con l’online”, spiega ancora la Andreetta, “ma piuttosto un’integrazione più profonda tra i due. Ora che la pandemia ha reso evidenti eventuali mancanze, alcuni brand hanno indubbiamente necessità di potenziare la propria struttura e-commerce, ma allo stesso modo anche i negozi fisici necessitano di investimenti per restare rilevanti”.

Questi investimenti dovranno essere messi in atto in modo particolare sul fronte della sostenibilità, un aspetto prioritario ormai imprescindibile e nei confronti di cui l’attenzione dei consumatori è in costante crescita.

“La strategia di successo”, continua la Andreetta, “sarà quindi quella che riuscirà ad attirare il consumatore sulla base di valori condivisi come l’attenzione all’ambiente, alla qualità e alle persone, e a rendere molto facile per il cliente muoversi tra canale online e fisico, sfruttando l’uno o l’altro a seconda della comodità e della necessità specifica”.

Queste dinamiche di cambiamento già in atto prima della pandemia, sono destinate ad accelerare e a rimanere. E’ chiaro però che, con il venire meno delle restrizioni Covid, luoghi come le high street delle grandi città, per la loro peculiarità potranno riuscire a ritornare ai numeri di afflusso e fatturato precedenti. Le attività metropolitane dovranno però saper riconquistare il loro pubblico, offrendo servizi che non si limitino alla mera commercializzazione dei prodotti, bensì diventare anche pick-up in store per gli ordini online e offrire servizi post-vendita, arrivando così a rappresentare dei punti di riferimento globali per i clienti.

Alla base di tutto, rimane il rapporto di fiducia che si instaura tra azienda e cliente: “La comunicazione ai consumatori deve essere aperta e trasparente”, sottolinea ancora la Andreetta, “di modo da creare fiducia verso il brand, che risulta essere il primo fattore di scelta di un retailer fisico rispetto ad un altro per il 45% dei rispondenti del Global consumer insight survey”.

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Organized Retail Crime, una minaccia criminale emergente a livello Europeo che richiede una risposta coordinata ed efficace

Per Organised Retail Crime (ORC), si intende il furto su larga scala di beni di consumo quotidiani. Questo tipo di crimine può essere messo in atto da vere e proprie strutture in grado poi di rivolgersi a privati e rivenditori, arrivando a minacciare le dinamiche del mercato e ad ammorbare l’intera filiera produttiva e di rivendita. Si tratta per il mondo del retail di un gravissimo rischio, che influisce in modo sempre più impattante nell’analisi delle perdite, in particolare delle differenze inventariali.

L’ORC può avere implicazioni anche più ampie, fornendo la base di investimento per altre attività criminali, come viene spiegato in un recente studio realizzato dal gruppo di ricerca Crime&tech—spin-off dell’Università Cattolica del Sacro Cuore Transcrime—in collaborazione con il Laboratorio per la Sicurezza: “L’Organised Retail Crime può rappresentare un vero e proprio ‘entry level’ nella catena della criminalità”, spiegano i ricercatori. “Si tratta infatti di un metodo, a basso rischio, per avviare delle vere e proprie ‘start up’ del crimine e quindi ottenere velocemente quella disponibilità economica da investire in altre attività criminali, ad esempio nel traffico di droga. Un punto di partenza, quindi, di una pericolosa escalation criminale.”

Le informazioni raccolte nello studio di Crime&tech, intitolato ‘Organized Retail Crime in Italia’ sono state ottenute tramite un questionario anonimo somministrato a un campione di retailer e fornitori di servizi di sicurezza attivi nel settore retail e GDO. L’85% dei rispondenti ha dichiarato di aver subito in passato episodi di ORC e la medesima percentuale ha intenzione di intervenire con misure specifiche per contrastare il fenomeno. Tuttavia, più della metà degli intervistati ha lamentato una mancanza di risorse dedicate. Le risposte al questionario hanno inoltre fatto emergere una mancanza di consenso sul tipo di contromisure da utilizzare per contrastare il fenomeno.

Immagine – Crime&tech

L’emergenza Covid-19 ha rallentato il fenomeno dell’ORC, ma i partecipanti alla ricerca non credono che questa frenata possa continuare nel post-emergenza, in quanto la grande maggioranza di essi (ben il 74%) pensa che i gruppi criminali saranno in grado di adattarsi alle nuove condizioni e di incrementare per esempio i reati connessi alla crescita del commercio elettronico e alla conseguente maggiore movimentazione dei prodotti.

Gli episodi di ORC si registrano in tutto il territorio nazionale, anche se alcune regioni risultano più interessate di altre. La regione maggiormente colpita è la Lombardia. Seguono Lazio, Piemonte e Campania. Il fenomeno non è comunque limitato solo all’Italia. I rispondenti che fanno parte di aziende multinazionali indicano Francia, Spagna, Germania e paesi dell’Est Europa come altre nazioni fortemente colpite.


Immagine – Crime&tech

Tra i reati commessi più frequentemente ci sono il taccheggio organizzato, le intrusioni notturne, le frodi con mezzi di pagamento, ad esempio tramite carte di pagamento false, rubate o clonate, nonché i furti di merce in transito e le frodi online, che vengono riscontrati soprattutto dai retailer. La fascia di età dei criminali è molto ampia e va dai 26 ai 60 anni, anche se il risultato dello studio tende a escludere la prevalenza di bande giovanili, facendo pensare dunque a bande criminali più esperte.

I ricercatori avvertono che un efficace contrasto all’ORC può essere raggiunto unicamente mettendo in atto una serie di iniziative efficaci e coordinate come il rafforzamento degli attuali strumenti di controllo, l’analisi delle transazioni, la qualifica degli attori coinvolti nella catena logistica, il miglioramento della raccolta e l’analisi di dati affidabili, gli investimenti nella formazione e aggiornamento del personale e la maggiore uniformità delle informazioni a disposizione di aziende di servizi e retailer, raggiungibile grazie al potenziamento dei canali di condivisione delle informazioni, al fine di individuare con più efficacia delle strategie condivise.

“L’Organised Retail Crime è un fenomeno ampio e difficile da investigare e contrastare”, concludono i ricercatori dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, “soprattutto perché le informazioni disponibili sono spesso frammentarie. Da qui nasce l’esigenza di approfondire la conoscenza dell’ORC in Italia.”

L’attenta analisi dello scenario del mercato immobiliare commerciale e della sua evoluzione, unita a una corretta stima del potenziale economico e a una profonda conoscenza del prodotto, sono le attività fondamentali di Gruppo Four Sviluppo, società che nasce per offrire servizi ad alto valore aggiunto associando professionisti del settore immobiliare commerciale, ognuno con specifica specializzazione.

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Immagine di copertina – Crime&tech

Il ruolo strategico dell’omnicanalità e il valore della customer experience confermano la centralità del negozio fisico

Durante i mesi di lockdown, per gli acquisti quotidiani, la maggioranza dei consumatori ha utilizzato massicciamente i canali di spesa online della grande distribuzione, così come nello stesso periodo si è visto l’incremento dell’utilizzo dei servizi offerti dai principali player di commercio elettronico, in primis Amazon, e si è altresì ampliato il giro d’affari delle società internet di food delivery e degli aggregatori.

Molti si domandano se questa particolare accelerazione della crescita dell’online, con tutta evidenza collegata alla rigidità delle misure temporanee messe in atto per far fronte all’epidemia, possa rappresentare un volano definitivo per gli acquisti digitali e infliggere un duro colpo ai negozi fisici, a partire dai piccoli esercenti fino ai grandi centri commerciali.

Nonostante sia innegabile che l’e-commerce abbia contribuito in modo fondamentale a soddisfare le esigenze dei consumatori nel periodo più drammatico della pandemia, sopperendo alla limitazione di movimento, è però riduttivo interpretare questo fatto in un’ottica di contrapposizione tra online e offline. L’apporto decisivo ai consumi rappresentato dai canali internet durante la pandemia, non è infatti sufficiente a costruire una narrazione dove il digitale viene rappresentato come un’onda che ha travolto la fisicità.

Per cogliere la miopia di questa narrazione sono utili i numeri messi in evidenza da uno studio di GfK, società internazionale leader nell’analisi di dati, secondo cui le vendite online, per compensare la chiusura totale dei negozi fisici dovrebbero quadruplicare. Un gap troppo grande per poter affermare che il negozio fisico, in conseguenza della crescita degli acquisti in Rete, abbia perso la sua centralità, che rimane invece salda e alla radice di una virtuosa quanto strategica omnicanalità.

 

Immagine Gfk

Anche nel periodo post-COVID, seppure con nuove modalità, ma all’interno di dinamiche precedenti già osservate dagli analisti, gli attori dell’e-commerce continueranno a puntare sui negozi tradizionali per raggiungere i clienti indipendentemente dal canale, e molti retailer tradizionali continueranno a sfruttare l’online per arricchire la propria offerta. L’obiettivo di implementare un approccio omnicanale, che vada oltre le definizioni tradizionali di online e offline non è affatto tramontato.

E anche i negozi fisici di prossimità, nonostante le difficoltà riscontrate per le chiusure forzate in periodo di lockdown, non hanno perso il loro ruolo centrale e culturale nei tessuti urbani, come spiega Massimo Morandi in un editoriale sulla rivista MarketPlace: “Nonostante i prezzi competitivi, la velocità di consegna e l’ampiezza dei cataloghi dei principali siti e-commerce”, scrive Morandi, “il nostro mercato non può fare a meno dei negozi fisici, che rimangono un riferimento insostituibile per i consumatori”.

Per Morandi, senza i punti vendita, “viene meno quel rapporto di prossimità con le comunità locali costruito in tanti anni di attività”. E se da una parte l’online con tutti i suoi pregi è il benvenuto, non si deve però dimenticare ”la customer experience che solo i negozi sanno ancora regalare”, la quale rappresenta “un valore inestimabile”. 

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Immagine: Mike Petrucci on Unsplash

Coronavirus e immobiliare Retail, mercato attuale e prospettive: ”Nello scenario post COVID-19 nuove opportunità, ma nessuna flessibilità per eventuali errori”

La cosiddetta ‘fase 2’ della pandemia è finalmente iniziata. In Europa e nel mondo, molti governi, compreso quello italiano, stanno mettendo in atto un alleggerimento delle misure di lockdown che erano state varate nella prima fase con lo scopo di contenere il contagio nel momento di massima diffusione della malattia.

Per gli imprenditori, compresi gli operatori del settore retail, il periodo che si apre e che prevede inevitabilmente la convivenza con il virus fino all’arrivo di un vaccino, significa far fronte a nuove realtà e a nuove normative che andranno comunque ben oltre la conclusione della pandemia e porteranno cambiamenti irreversibili: non solo per le politiche di ‘distanziamento fisico’, ma anche per la necessità di adattare le dimensioni dei negozi alle nuove restrizioni e riqualificare le forze vendita.

Tutto ciò con la prospettiva di una diminuzione del potere d’acquisto dei clienti e un inevitabile clima di sfiducia dei consumatori, scenario che è ben rappresentato dagli ultimi dati del settore: una recente ricerca di CBRE, la più grande società commerciale al mondo di servizi e di investimenti nel Real Estate, che ha preso in considerazione il primo trimestre 2020 del mercato retail—dunque il periodo immediatamente prima dell’inizio del lockdown—evidenzia buoni dati nei primi due mesi dell’anno, ma un crollo del footfall nel mese di marzo dovuto all’emergenza sanitaria, con una contrazione del clima di fiducia dei consumatori dovuta soprattutto al clima economico e futuro.

Questo scenario è destinato a riflettersi in una generalizzata riduzione dei consumi, fatta eccezione per la GDO. Secondo le rilevazioni di Nielsen, dopo due settimane in positivo con la settimana tra il 23 e il 29 marzo che ha segnato un +5,4%, le vendite della GDO sono poi tornate alla normalità, mantenendo comunque una crescita rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, che è stata del 2,7% a parità di negozi.

Se da un lato, a fronte di questi dati, si prospetta dunque una situazione di cui riesce ad oggi difficile valutare con precisione l’impatto socio-economico, dall’altro lato, per il mercato immobiliare commerciale retail si aprono però nuovi scenari che possono sicuramente offrire nuove opportunità.

“Nel periodo post COVID-19 si presenteranno molte opportunità che non abbiamo fino a oggi considerato”, spiega Umberto Fasol, co-fondatore di Gruppo Four Sviluppo, società veneta che si occupa di consulenza e servizi nel settore dell’immobiliare commerciale. “La GDO dovrà ottimizzare i portafogli dei punti vendita e l’attuale interruzione sarà l’occasione ideale per chiuderne alcuni non redditizi, ricollocare quelli situati in posizioni non ideali, rinegoziare i termini commerciali con gli sviluppatori e valutare nuove e strategiche aperture in location di alta qualità”.

Sul fronte degli investimenti, dai dati elaborati da CBRE si evince che nel primo trimestre 2020 il mercato immobiliare retail ha raggiunto 830 milioni di euro, gran parte dei quali dovuti alla conclusione di importanti attività di joint venture tra operatori specialisti retail e altri investitori istituzionali nei segmenti out-of-town e grande distribuzione, come l’operazione Esselunga/UniCredit, che ha determinato la cessione alla banca del 32,5% di La Villata SpA, società che possiede gran parte degli immobili che ospitano i punti vendita della catena.

Ottimo risultato ha messo a segno nel periodo anche il segmento high street, che ha confermato l’interesse degli investitori per i trophy asset, i quali, vista la flight-to-quality attesa nei prossimi mesi, potrebbero continuare a mettere a segno numeri positivi.

“L’unico modo per ripartire e operare con successo nella nuova realtà che affronteremo dopo il COVID-19”, spiega Pierluigi Romanato, l’altro co-fondatore di Gruppo Four Sviluppo, “sarà ristrutturando le attività adattandole alle nuove esigenze del mercato. Le operazioni della distribuzione organizzata post COVID-19 dovranno essere più efficienti, qualitativamente più elevate e non ci sarà la stessa flessibilità del passato per gli errori”.

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Amazon inaugura a Seattle il suo primo supermercato completamente automatizzato: “Vetrina per proporre la tecnologia ai principali operatori del settore retail”

Il colosso del commercio elettronico Amazon Inc. ha inaugurato a Seattle—città dove è nato e dove ha la sua sede principale—il primo supermercato completamente automatizzato. Il nuovo store, che batte insegna ‘Go Grocery’ e propone anche prodotti freschi, ha una dimensione di oltre mile metri quadrati e permette ai clienti di effettuare gli acquisti e pagarli in completa autonomia, effettuando le transazioni attraverso i loro dispositivi elettronici e uscendo dal negozio senza la necessità di mettersi in coda alle casse per la scansione dei prodotti.

Il flusso si basa su un sistema di centinaia di telecamere e sensori che è in grado di monitorare e riconoscere tutto ciò che viene inserito nel carrello della spesa, grazie anche all’aiuto dell’intelligenza artificiale. Il sistema rende dunque superfluo il rituale vecchio stile che prevede scansione dei prodotti e pagamento alla cassa. Gli articoli vengono infatti addebitati automaticamente sull’account Amazon dell’acquirente al termine della spesa avvenuta sotto lo sguardo elettronico.

Il ‘motore’ del primo Go Grocery di Amazon è simile—seppure il negozio abbia ben altra superficie e varietà di prodotti—ai punti vendita della catena ‘Amazon Go’ che la società guidata da Jeff Bezos ha inaugurato nel 2018 e che in questo momento è presente in una ventina di città statunitensi. I negozi Amazon Go sono però posizionati vicino ai luoghi di lavoro delle persone e pensati per fare colazione, pranzo e spuntini, mentre il Go Grocery è un nuovo formato simile a quello dei supermercati tradizionali ubicati lungo le strade delle città o nei centri commerciali e che permette a un target molto più ampio di fare una spesa completa vicino casa.

“Alcune persone vogliono che il loro cibo venga consegnato a domicilio, altre vogliono fare shopping fuori casa, altre ancora desiderano fare i loro acquisti in negozi specializzati”, ha spiegato Dilip Kumar, vice president of Physical Retail & Technology di Amazon, al sito GeekWire. “La cosa più importante che la gente dice è però che spesso non ha abbastanza tempo per fare tutte le cose di cui ha necessità. Noi siamo partiti dal concetto del tradizionale negozio sotto casa per focalizzarci a offrire la comodità che i clienti moderni si aspettano”.

L’apertura del primo supermercato completamente automatizzato di Amazon ha fatto insorgere il sindacato statunitense dei lavoratori del settore retail, la ‘United Food and Commercial Workers International Union’ (UFCW), che in un comunicato ha definito il colosso del commercio elettronico come “un pericolo per milioni di posti di lavoro”, aggiungendo che “la brutale verità è che Amazon si concentra su una sola cosa: eliminare il maggior numero possibile di posti di lavoro per arricchire un miliardario, Jeff Bezos”.

La risposta di Amazon non si è fatta attendere: “È sia errato che fuorviante suggerire che Amazon distrugga i posti di lavoro”, si legge in una nota diffusa dalla società. “Nessun’altra azienda con sede negli Stati Uniti ha creato più posti di lavoro di Amazon. Solo in patria, Amazon ha creato oltre 500mila posti di lavoro per persone con tutti i tipi di esperienza, istruzione e livelli di competenza”.

In questo momento però, seppure non è da escludersi il fatto che nel medio periodo Amazon abbia intenzione di mettere in piedi una vera e propria catena di supermercati sotto il brand Go Grocery, la mossa del gigante del commercio elettronico sembrerebbe essere, secondo gli esperti, volta maggiormente a ‘mettere in vetrina’ il suo sistema tecnologico di acquisto automatico per proporlo ai principali protagonisti del settore retail. In questo caso l’arrivo dei supermercati completamente automatizzati potrebbe essere ancora più rapido rispetto a quanto generalmente si creda.

L’attenta analisi dello scenario del mercato immobiliare commerciale e della sua evoluzione, unita a una corretta stima del potenziale economico e a una profonda conoscenza del prodotto, sono le attività fondamentali di Gruppo Four Sviluppo, società che nasce per offrire servizi ad alto valore aggiunto associando professionisti del settore immobiliare commerciale, ognuno con specifica specializzazione.

Dallo studio della fattibilità allo studio del bacino d’utenza, dalle pratiche amministrative alla progettazione, dallo studio della viabilità alla commercializzazione, Gruppo Four Sviluppo affianca e sostiene il cliente durante tutte le fasi necessarie al buon esito dell’operazione immobiliare.

Le competenze di Gruppo Four Sviluppo si rivolgono principalmente ai proprietari di aree ed immobili che necessitano di riqualificazione, alle aziende della GDO, agli investitori istituzionali e agli investitori privati, offrendo una consulenza a 360°.

Immagine: Amazon.com

La sharing economy sbarca anche nel settore retail, negli USA una startup offre spazi e costi condivisi per gli operatori di commercio elettronico

Mentre si discute di come i player del mercato retail possano affrontare al meglio la rivoluzione digitale, a New York una startup punta a offrire spazi fisici a marchi che si sono già fatti le ossa in Rete, ma non hanno ancora le risorse necessarie per affrontare il mercato offline e conquistare spazio sugli scaffali per la rivendita dei loro prodotti.

La startup newyorkese che intende portare offline le insegne digitali, si chiama ShopFullFill e cavalcando l’onda della sharing economy al motto di ‘Not Just Retail: brick+click+logistic’, offre ai suoi clienti spazi di vendita, ma anche personale e costi di esercizio condivisi, che consentono di abbattere voci di spesa che per loro sarebbero altrimenti proibitive.

“Stiamo offrendo ai marchi online la possibilità di espandersi nei tradizionali spazi commerciali fisici senza spese iniziali”, spiega Shlomo Chopp, fondatore e CEO di ShopFulfill. “Il nostro servizio consente agli operatori di commercio elettronico di crescere e rispondere alla domanda che si fanno molti consumatori e cioè perché i marchi più ‘cool’ siano tutti online e non possano essere trovati nei negozi fisici”.

Grazie a ShopFullfill, a partire da circa 600 dollari al mese, i marchi che sono già riusciti a ottenere un certo successo in Rete possono affittare spazi all’interno di negozi fisici, condividere il personale di vendita, gli spazi di magazzino e i costi di trasporto per lo stoccaggio della merce. Lo staff di ShopFullfill offre inoltre consulenza per il design degli spazi di vendita e per il merchandising, con l’obiettivo di esprimere al meglio anche offline la potenzialità di prodotti che hanno già dimostrato di essere apprezzati su Internet.

Immagine: ShopFullfill.com

Un approccio dunque, quello di ShopFullfill, che può ricordare in parte quello dei pop-up stores, che alcuni grandi player come Amazon e Nike mettono in atto aprendo punti vendita temporanei per proporre prodotti a edizione limitata o che fino a quel momento erano stati disponibili unicamente online. Nel caso della startup newyorkese però, il negozio fisico condiviso non è solo un’operazione marketing, ma può fare da trampolino per l’avvio di punti vendita stabili veri e propri, al di fuori del contesto di sharing e che  ottengano profitti, e questo per marchi che fino a quel momento erano noti unicamente ai navigatori della Rete.

“Per qualche ragione, oggi tendiamo a pensare che i luoghi tradizionali di vendita non funzionino più”, spiega ancora Chopp, “ma è solo una reazione. Non è stato dimostrato. L’intero concetto che i punti vendita stiano morendo è semplicemente sbagliato”. Il CEO aggiunge poi che soggetti come Amazon “snaturano l’identità dei marchi, imitandoli”, mentre il sistema di vendita al dettaglio proposto da ShopFullfill, che Chopp definisce ‘democratizzato’, “punta sì alla crescita, ma con un focus che offre valore ai marchi”.

L’apertura del primo ‘Anchor Shop’ di ShopFulfill è prevista nel secondo trimestre del 2020, nel centro di Filadelfia, dove il passaggio pedonale è elevato. ShopFulfill prevede di aprire da otto a dodici sedi nel mercato di Filadelfia e nel vicino New Jersey meridionale per costruire la presenza al dettaglio e l’identità del marchio. Quindi, la società ha intenzione di espandersi in altre regioni degli USA.

Immagine: ShopFullfill.com

“L’e-commerce è conveniente”, aggiunge Chopp, “ma ancora più conveniente è abbinarlo con uno spazio di vendita fisico. Noi intendiamo rendere accessibile il punto vendita e non solo come semplice opzione. Un sistema deve alimentare l’altro”.

L’attenta analisi dello scenario del mercato immobiliare commerciale e della sua evoluzione, unita a una corretta stima del potenziale economico e a una profonda conoscenza del prodotto, sono le attività fondamentali di Gruppo Four Sviluppo, società che nasce per offrire servizi ad alto valore aggiunto associando professionisti del settore immobiliare commerciale, ognuno con specifica specializzazione.

Dallo studio della fattibilità allo studio del bacino d’utenza, dalle pratiche amministrative alla progettazione, dallo studio della viabilità alla commercializzazione, Gruppo Four Sviluppo affianca e sostiene il cliente durante tutte le fasi necessarie al buon esito dell’operazione immobiliare.

Le competenze di Gruppo Four Sviluppo si rivolgono principalmente ai proprietari di aree ed immobili che necessitano di riqualificazione, alle aziende della GDO, agli investitori istituzionali e agli investitori privati, offrendo una consulenza a 360°.

Immagine di copertina: ShopFullfill.com

Multicanalità, i negozi del settore retail trovano un nuovo ruolo nell’unione tra analogico e digitale

Secondo una ricerca dell’Osservatorio Multicanalità del Politecnico di Milano, negli ultimi 12 mesi, per otto italiani su dieci il digitale ha avuto un ruolo nel percorso che li ha portati all’acquisto di un bene fisico. Basta questo dato per comprendere quanto la riuscita del mix tra negozio e presenza online rappresenti un obiettivo che il settore retail tricolore non può permettersi di mancare.

La parola d’ordine è dunque multicanalità (in maniera più ampia cross-canalità e omnicanalità), cioè quello spazio formato da più canali, tipicamente online e offline, che consente un’interazione integrata tra il cliente e la marca, arricchendo il percorso d’acquisto con una direzione che può essere quella che dall’online conduce al negozio fisico, ma anche viceversa, tanto da essere uno spazio percepito come un’esperienza d’acquisto unitaria. In un contesto del genere, la definizione di punto vendita risulta ormai decisamente stretta, poiché in tale contesto il negozio rappresenta e propone qualcosa che va ben aldilà di una semplice fila di scaffali che precede le casse.

“Lo spazio fisico non tramonterà”, assicura Stefano Cini, Director Marketing Analytics di Nielsen, nel corso di un’intervista rilasciata al magazine online RetailUp, “ma bensì a questo spazio verranno richieste attività e servizi diversi da quelli che sta fornendo oggi. Il consumatore non è interessato a trovare nel negozio fisico quello che ha ricevuto finora online. Da qui il tema della re-destinazione degli spazi fisici, che devono trovare un nuovo ruolo”.

Un’evoluzione che diviene implicita nella definizione Retail 4.0, la quale è stata coniata per indicare l’avvento nel settore dell’omincanalità, intesa come doppia vita analogica e digitale, soprattutto attraverso la business intelligence, che monitorando e analizzando web e social media, permette di anticipare le esigenze della domanda adattando produzione e distribuzione dei prodotti in tempo reale, garantendo così tempi di consegna rapidi online e la disponibilità del prodotto nei negozi.

Nell’intervista realizzata da RetailUp, Cini fa poi riferimento all’effetto spill over, cioè quel fenomeno per cui un’attività economica volta a beneficiare un determinato settore o una determinata area territoriale produce effetti positivi anche oltre tali ambiti. Nel caso del retail, se la propensione all’acquisto online è maggiore in altri settori, chi acquista sul Web o da un’applicazione mobile è però poi il medesimo che va anche a fare la spesa nei centri commerciali e come sottolinea Cini, “nel largo consumo c’è una percentuale di consumatori che ha adottato il digitale, per esempio nel pre-acquisto (consultazione di offerte digitali o consegna della spesa online)”.

Uno scoglio per la rapida adozione del  digitale nel settore retail è rappresentato dall’ultimo miglio, che può essere particolarmente costoso, ma, spiega ancora Cini, “i punti vendita devono riqualificarsi. Ci sono diversi esempi di collaborazioni tra retail e startup che lavorano nella gestione dell’ultimo miglio. In futuro sarà utilizzata la robotica”.

Per quanto riguarda il commercio elettronico, secondo Cini, l’approccio deve essere ‘laico’: “L’ecommerce non è per tutti, non deve nemmeno esserlo, non è un nuovo modo per distribuire prodotti. È la risposta al bisogno di un target. È sbagliato prendere posizione a favore o contro l’ecommerce, non è né buono né cattivo. D’altra parte non si può andare contro il futuro”.

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Investimenti nell’immobiliare commerciale italiano sempre più redditizi, a svettare è il segmento Retail

Se i nostri titoli di Stato sono in preoccupante flessione (i Btp a 10 anni sono passati dal 3,4% del novembre 2018 all’1,2% attuale) c’è una tipologia di investimento che in Italia sembra non conoscere crisi e anzi, continua a mettere a segno una crescita progressiva nei rendimenti: quella nell’immobiliare.

Il confortante dato viene evidenziato in un recente studio realizzato dagli esperti di Idealista, uno dei principali portali immobiliari nazionali. E a garantire i maggiori rendimenti sono gli immobili commerciali, con una media di rendita nel terzo trimestre 2019 di quasi il 10%.

“L’analisi”, spiega la Redazione di Idealista, “mette in relazione i prezzi di vendita e affitto delle diverse tipologie immobiliari per calcolare il loro rendimento lordo” ed “evidenzia incrementi in tutti i segmenti property con una redditività che, nel peggiore dei casi, moltiplica per sei i tassi offerti dai titoli di Stato decennali”.

Nell’ambito degli investimenti che riguardano gli immobili commerciali, secondo lo studio del portale lombardo, è il retail il segmento che garantisce i migliori ritorni e ciò avviene nella maggior parte dei capoluoghi presi in esame: a guidare  la classifica è Milano che segna un 15,4%, seguito da Vicenza (14,1%), Monza (13,2%), Torino (13,1%) e Trapani (10%). Insieme ai capoluoghi, sono in tutto 38 le città italiane che offrono ritorni a doppia cifra per i proprietari degli immobili.

Oltre al retail anche gli altri segmenti dell’immobiliare commerciale offrono ottimi rendimenti, come quello degli uffici che rendono ai proprietari fino a oltre l’8% a Torino e Padova, mentre Milano è intorno al 7%, seguita da Roma e Napoli poco al di sotto (6,8%).

Fonte: Idealista

Riflette il buon andamento del rendimento degli investimenti in immobili commerciali anche quello in immobili residenziali, che nel terzo trimestre del 2019 ha messo a segno il miglior risultato degli ultimi cinque anni, con un tasso di rendimento che in media si è assestato intorno al 7%, con punte fino a oltre il 9% a Biella, e all’8% a Novara e Siracusa.

“A livello tendenziale”, scrivono ancora gli esperti di Idealista presentando la loro analisi, “i rendimenti crescono perchè l’affitto sta prendendo sempre più piede e i canoni crescono più dei prezzi richiesti per la vendita. Così si spiega l’aumento dell’1% per i segmenti commerciale (9,6%) e box (6,3%), seguiti dal residenziale (6,8%) con un più 0,8% e uffici (8%) con un più 0,3% negli ultimi 12 mesi”.

Da tenere d’occhio inoltre l’investimento nel segmento dei capannoni, in quanto la logistica, con lo sviluppo del commercio elettronico, sta diventando sempre più strategica: “Con la crescita del commercio on line”, spiega la redazione di Idealista, “e delle attività delocalizzate in genere, anche nell’edilizia, il settore logistico aumenta costantemente la sua importanza, così come diventano centrali gli hub in città che siano centro nevralgico delle attività economiche”.

L’attenta analisi dello scenario del mercato immobiliare commerciale e della sua evoluzione, unita a una corretta stima del potenziale economico e a una profonda conoscenza del prodotto, le attività fondamentali di Gruppo Four Sviluppo, società che nasce per offrire servizi ad alto valore aggiunto associando professionisti del settore immobiliare commerciale, ognuno con specifica specializzazione.

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Base Retail Park di Ghedi, grandi insegne grazie alla commercializzazione di Gruppo Four Sviluppo: “Per i retailer coinvolti, una location strategica”

Sono bastati pochi mesi e il Base Retail Park di Ghedi è diventato un punto di riferimento per lo shopping e la ristorazione in provincia di Brescia.

La struttura, con una superficie di quasi 14mila metri quadrati e un’offerta commerciale che comprende spazi di grandi insegne italiane e internazionali come Italmark, BrikoOk, McDonald’s, Scarpe&Scarpe, Carrera ed HappyCasa, è stata inaugurata lo scorso maggio con un evento a cui erano presenti i vertici delle società coinvolte nel progetto, oltre alle istituzioni, ai media locali e alla star di Masterchef Stefano Callegaro, che ha dato prova della sua bravura esibendosi in un gustoso show cooking.

Nella foto, da sinistra: Elisabetta del Medico presentatrice dell’evento – Ing. Renato Brignani – Dott. Cazzavacca Giovanni vice sindaco di Ghedi – Don Roberto, parroco di Ghedi, che ha benedetto il centro.

A realizzare la struttura, è stata la società Pavoni S.p.A, su progetto dello studio dell’ing. Renato Brignani in collaborazione con lo studio dell’ing. Fausto Carrera e per lo studio dei colori e dei materiali esterni  è stata coinvolta l’archistar austriaca Tornquist Jorrit, mentre la gestione è stata affidata alla Svicom. La commercializzazione degli spazi, di superficie compresa tra i 200mq e i 3.700mq, è invece stata affidata a Gruppo Four Sviluppo, società veneta di consulenza che opera prevalentemente nel settore della media e grande distribuzione organizzata, collaborando con le maggiori insegne del settore alimentare e non alimentare, sia a livello nazionale che europeo.

“Per ottenere il meglio dalla commercializzazione degli spazi per il Retail Park di Ghedi”, spiegano Umberto Fasol e Pierluigi Romanato, co-fondatori di G4S, “abbiamo messo in atto un’approfondita analisi di mercato e redatto una particolareggiata brochure tecnica che è stata poi inviata a una lista selezionata di possibili clienti. La lista ha tenuto conto tra l’altro della presenza dei vari tenant in parchi vicini e delle strategie di sviluppo delle catene. La conoscenza di tutti questi paramenti, che si ottiene soprattutto grazie a esperienza e professionalità, è il fondamento di una buona commercializzazione”.

Nella foto, da sinistra: Pierluigi Romanato – Ing. Fausto Carrera – Umberto Fasol

Il Base Retail Park di Ghedi insiste sulla strada statale Lonate-Orzinuovi e sono stati approntati tutti i servizi necessari perché i clienti possano agevolmente parcheggiare i loro mezzi e accedere al Retail Park usufruendo di tutti gli spazi commerciali e ricreativi: i posti auto sono oltre 400 e sono presenti circa 4.000 metri quadrati di spazi verdi attrezzati, disposti lungo un’alberatura a doppia fila sul viale di ingresso, nonché un’ampia area giochi per i bambini. L’insieme intende realizzare ‘un’agorà’ a completa disposizione dei clienti, un bacino d’utenza potenziale di oltre 150mila persone entro i 20 minuti dall’accesso alla struttura.

“Ghedi potrebbe di primo acchito sembrare un bacino secondario, ma ha invece un’importanza di espansione strategica, per le insegne coinvolte”, spiegano ancora Fasol e Romanato. “Con la proposta degli spazi del Retail Park Base di Ghedi, abbiamo infatti raggiunto l’obiettivo di offrire un servizio commerciale a tutti gli abitanti a sud di Brescia. Un leader mondiale nel settore dei fast food come McDonald’s, per esempio, ha scelto il Retail park Base di Ghedi perché questa zona è lontana dal bacino principale del capoluogo”.

Il successo degli spazi del Base Retail Park di Ghedi è stato realizzato grazie agli studi preliminari che G4S ha messo in atto con cura e professionalità, in seguito a un’attenta valutazione del contesto del mercato dell’immobiliare commerciale italiano e internazionale, un mercato che è in rapida evoluzione e in cui è fondamentale avere consulenti affidabili e di esperienza.

Nella foto, da sinistra:  Ing. Renato Brignani progettista – Umberto Fasol – Giambattista Gaburri promotore e finanziatore dell’iniziativa – Tiziano Pavoni titolare dell’impresa Pavoni Spa – Ing. Fausto Carrera – Pierluigi Romanato

E sono proprio l’attenta analisi dello scenario del mercato retail e della sua evoluzione, unita a una corretta stima del potenziale economico e a una profonda conoscenza del prodotto, le attività fondamentali di Gruppo Four Sviluppo, società che nasce per offrire servizi ad alto valore aggiunto associando professionisti del settore immobiliare commerciale, ognuno con specifica specializzazione.

Dallo studio della fattibilità allo studio del bacino d’utenza, dalle pratiche amministrative alla progettazione, dallo studio della viabilità alla commercializzazione, Gruppo Four Sviluppo affianca e sostiene il cliente durante tutte le fasi necessarie al buon esito dell’operazione immobiliare.

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Amazon, una nuova catena di negozi di alimentari per penetrare ancora più a fondo nel mercato: “Per Bezos il retail alimentare è come una balena bianca”

Amazon Inc, società leader nel mercato del commercio elettronico, ha in progetto il lancio di una catena di negozi di alimentari che verranno aperti entro la fine dell’anno in alcune delle principali città degli Stati Uniti. A riportarlo è il Wall Street Journal, secondo cui questi negozi faranno parte di una nuova iniziativa che non avrebbe collegamenti né con la catena Whole Foods, che il colosso di Jeff Bezos ha acquisito nel 2017, né con i negozi Amazon Go, avveniristici ambienti di acquisto collegati con lo store online amazon.com attraverso applicazioni dedicate.

Amazon, per il varo della sua serie di negozi, avrebbe acquisito alcune piccole catene alimentari con una dozzina di sedi circa e non è chiaro se la società fondata da Bezos abbia intenzione di aprire i nuovi negozi con il marchio della casa madre o con un brand creato appositamente per la futura iniziativa. Il WSJ riferisce che Amazon ha firmato contratti di locazione in differenti centri urbani in USA tra cui Chicago, San Francisco e Seattle, dove peraltro esistono già sedi di Whole Foods e Amazon Go.

La catena di negozi alimentari potrebbe aiutare Amazon a coinvolgere un target differente e più ampio rispetto a quello di Whole Foods , che è specializzata in prodotti biologici, e allo stesso tempo fornire all’azienda nuovi punti di ritiro e di consegna per i suoi prodotti, oltre che permettergli di ottenere importanti dati sui consumatori che acquistano abitualmente online su amazon.com prodotti di elettronica e altri oggetti.

Inoltre, attraverso questa operazione, l’azienda americana avrebbe come obiettivo quello di penetrare definitivamente nel tradizionale mercato alimentare, in una prima fase in quello domestico, che è dominato da nomi storici come Costco e Walmart, e digitalizzarlo sempre di più. Ad oggi solo una piccola parte dei consumatori acquista online prodotti alimentari freschi, ma con un’azione aggressiva di Amazon, ciò potrebbe cambiare.

“Il mercato degli alimentari per Amazon e Bezos è come una balena bianca”, ha dichiarato alla CNN Michael Levin, analista di Consumer Intelligence Research Partners, facendo riferimento al fatto che la società di commercio elettronico statunitense già nel lontano 2007 lanciò a Seattle Amazon Fresh, un e-commerce dedicato ai prodotti alimentari. “Adesso tutto è pronto per il cambiamento”, ha aggiunto l’analista ipotizzando che Amazon potrebbe dunque attraverso la sua presenza sempre più importante sdoganare l’abitudine dei consumatori a ordinare online prodotti alimentari freschi per poi passare a ritirarli nei negozi fisici.

E c’è anche l’ipotesi che  Amazon inizi a commercializzare prodotti alimentari con un proprio marchio. Secondo Forbes, se Amazon cominciasse a proporre nei suoi negozi prodotti ‘homemade’ potrebbe colpire le aziende che adesso aggregano i marchi più famosi come le multinazionali Kraft, Coca-Cola o Nabisco: “Per i retailer”, spiega Forbes, “la produzione di propri marchi è semplicemente un buon affare perché i margini di profitto sono molto più alti e il controllo sui costi di distribuzione è decisamente migliore”. L’unico rischio è quello di disincentivare i consumatori che si recano nei negozi appositamente per trovare alcuni specifici loghi, ma Amazon, grazie alla potenza del suo brand e alla sua massiccia azione online potrebbe riuscire a farsi spazio e a far breccia rapidamente nel cuore degli acquirenti.

“In un primo tempo”, ipotizza ancora Forbes, “i prodotti negli scaffali aumenteranno, ma in una seconda fase, sulla base dei dati di acquisto e delle analisi di comportamento dei consumatori rimarranno in posizione dominante quelli che hanno prestazioni migliori”. E non è detto che siano i prodotti attualmente più conosciuti.

I più scettici sostengono però che l’impressionante espansione che Amazon ha ottenuto con il commercio elettronico si basi su una scalabilità che non è possibile replicare nel mercato fisico del retail, dove i punti vendita, radicati sul territorio, possono raggiungere unicamente consumatori in un raggio limitato di chilometri. Certo, l’iniezione di tecnologia che Amazon è in grado di immettere nei suoi nuovi negozi potrebbe inaugurare dinamiche di acquisto a oggi inedite nel mercato alimentare. Se ciò fosse però fin d’ora possibile, fanno ancora notare gli scettici, la società di Bezos avrebbe già messo in atto tali dinamiche nella sua catena Whole Foods, cosa che invece non è, perlomeno fino ad oggi, avvenuta.

L’attività sempre più massiccia di soggetti come Amazon nel mercato retail sta comunque inevitabilmente rivoluzionando le modalità di acquisto e gli ambienti di vendita. In un contesto in rapida evoluzione è fondamentale avere consulenti affidabili e di esperienza. Gruppo Four Sviluppo è una società di consulenza che opera prevalentemente nel settore della media e grande distribuzione organizzata, collaborando con le maggiori insegne del settore alimentare e non alimentare, sia a livello nazionale che europeo.

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